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Le opere di Urbano

di Vincenzo Monticelli Cuggiò

Simboli e spettri nello stillicidio della vita minuta. Urbano traccia la rotta, clessidra, bastione e poi campanile, metronomo d’ombra e marcatore di falda. H 24 scansiona i silenzi e gli assensi, e l’efficiente catatonia di massa ignora ogni prossima implosione collettiva e neutralizza sotto vetro e cornice il Cave Canem votivo, inutile reperto del presente e inascoltata testimonianza del passato. Ancora una teca per Templum e i suoi riti individuali e di squadra, presidio del lavoro di ognuno e degli altri, avveniristico auspicio di pace sociale. Pure inscatolato e pret-à-porter il ricordo del Tevere millenario e di quel codice antico che dava ai proprietari rivieraschi l’isola emersa nell’alveo. Ma Insula in flumine nata è manufatto moderno e non prodigio del fiume, sterile trave metallica, totem conteso, lacerante insistenza, ammonimento e preghiera. Tra il dentro e il fuori si vorrebbe un confine, di precetto e di onore, e invece l’escluso e l’escludente di Totem e Aiuola si fondono nella negazione a ciascuno della storia dell’altro, e la pretesa distanza tra spazio compresso e totalità diversa si rivela subito effimera. Oppure il ribaltamento di senso si attiva già con la sola inversione cromatica, in bianco su fondo rosso Vietato si ostina, e in rosso su fondo bianco Disponibile si svela ed accoglie. Non pericolo di morte torna al lessico ancestrale parlato dal tempo, che trasfigura il cartello di strada. Toccate i fili è allora il nuovo cammino e il destino di sempre: come sangue colato dal naso, il pigmento al centro del teschio si arrende alla naturale inversione di dogma.